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venerdì 6 gennaio 2017

Un tuffo nel pozzo: sott'acqua nelle cavità artificiali sommerse (di Mario Mazzoli - dalla rivista SUB)

SOTT’ACQUA NELLE CAVITA’ ARTIFICIALI SOMMERSE 


Dott. Mario Mazzoli (A.S.S.O. - Archeologia, Subacquea, Speleologia ed Organizzazione - S.N.S.S. - Scuola Nazionale di Speleologia Subacquea della Società Speleologica Italiana)


MOLTI NON SANNO, MA CI SONO UOMINI SPECIALIZZATI IN IMMERSIONI NEI LUOGHI PIU’ DIFFCILI E STRANI, COME ANTICHI ACQUEDOTTI, CAVE, SISTEMI DI DIFESA, MINIERE, CATACOMBE E ALTRI SOTTERRANEI INVASI DALL’ACQUA. UOMINI CHE SPESSO SI MUOVONO NEL FANGO E NELL’ACQUA TORBIDA PER RIPORTARE ALLA LUCE VETUSTI REPERTI O COMPLETARE UNO STUDIO ARCHITETTONICO, COME SPESSO SUCCEDE NEL SOTTOSUOLO DI ROMA. LE TECNICHE SONO PIU’ O MENO QUELLE DELLA SPELEOLOGIA SUBACQUEA TRADIZIONALE, MA IN TANTI CASI ANCORA PIU’ SOFISTICATE 

Strutture ipogee di approvvigionamento idrico, cave, sistemi di difesa, miniere, sepolture, magazzini, pozzi e vie di fuga possono richiedere il supporto di subacquei specializzati per la loro esplorazione. In queste aree lo scopo delle immersioni è finalizzato al reperimento di informazioni diversamente non accessibili ed è per questo che dopo un primo tuffo conoscitivo è fondamentale portare fuori dall’acqua dati e immagini, anche se la frequente cattiva visibilità impedisce spesso la realizzazione di foto e filmati accettabili. Nella maggior parte dei casi le strutture ipogee sommerse hanno perso la loro funzione primaria e la condizione di allagamento è dovuta ad abbandono con conseguente rischio di degrado strutturale e ambientale. 

Una immersione, quindi, che oltre a difficoltà di carattere tecnico può presentare rischi biologici. Nonostante le scarse profondità, la progressione subacquea in cavità artificiali richiede molta attenzione, esperienza specifica di immersioni in ambienti chiusi e talvolta complesse attrezzature, il cui impiego non sempre è compatibile con le condizioni del luogo. Non ci si deve pertanto lasciare condizionare dalla bassa profondità e dalla apparente banalità delle immersioni in ambienti di dimensioni contenute. Anche se dal punto di vista tecnico sono di gran lunga meno impegnative di una punta in una grotta vera, potrebbero nascondere una serie di insidie non usuali per chi frequenta esclusivamente il mare, le acque dolci o le cavità naturali. 

LE CAVITA’ ARTIFICIALI SOMMERSE 
Il fatto di riferirsi alle immersioni speleosubacquee nelle aree artificiali può in prima istanza lasciare perplessi. Siamo abituati ai sub che entrano nelle grotte o nei relitti e può sembrare esagerato che per immergersi in una cisterna profonda cinque metri o in un antico emissario occorrano tecniche ed attrezzature specialistiche. Ma non va dimenticato che, anche se le immersioni sono effettuate secondo gli standard internazionali e nei limiti di sicurezza ritenuti accettabili, il rischio resta elevato. Normalmente la configurazione delle attrezzature viene fatta in base alle caratteristiche del luogo che bisogna esplorare, cercando di limitare l’equipaggiamento allo stretto indispensabile ed evitare tutto ciò che si può impigliare o infangare, perché quando esci in un post sifone le attrezzature pesano e spesso non sai dove lasciarle. 

Così, talvolta, se non si tratta di bacini estesi, si valuta l’alternativa dello svuotamento. In un’esplorazione condotta da A.S.S.O. (Archeologia, Subacquea, Speleologia ed Organizzazione), ci siamo trovati in un antico cunicolo completamente ostruito da più di due metri di fango liquido, mentre lo stato di acqua interposto tra la volta e il fango era circa venticinque centimetri. Era impossibile procedere in immersione e non si poteva neppure infilarsi nel fango colloso. Abbiamo pure tentato di passare in una zona più liquida impiegando attrezzature professionali alimentate ad una centralina esterna, ma siamo stati costretti a rinunciare e ad optare per lo svuotamento per mezzo di idrovore. Anche lo svuotamento, comunque, non è semplice. 

Devono essere preventivamente valutate le caratteristiche della struttura e del luogo, la distanza e il dislivello da superare, la tipologia delle pompe, il rumore, le vibrazioni, gli scarichi dei gas e altri elementi come, per esempio, la destinazione delle acque di scarico, che deve essere adatta sia dal punto di vista della quantità che della qualità. Altrimenti si rischia una denuncia di sversamento o immissione di inquinanti. Dotando il puntale dell’idrovora o della sorbona di una griglia di protezione, è possibile evitare di aspirare inavvertitamente degli oggetti che potrebbero poi rivelarsi interessanti per l’esplorazione e lo studio in atto, ma il fango va comunque asportato. Nei casi in cui lo strato di acqua sia sufficiente, si preferisce, invece, mantenere il sito sommerso perché solo così resterà praticabile. Dopo l’asportazione dell’acqua, infatti, la fanghiglia rimasta tenderà a solidificarsi e potrà essere rimossa solo a prezzo di grandi fatiche. Un’esperienza interessante, in questo senso, è stata l’esplorazione della Cisterna Maggiore della Villa dei Quintili a Roma. 

DIFFICOLTA’ E RISCHI NELLE IMMERSIONI 
Nel caso del team di cui faccio parte, quello della A.S.S.O., le immersioni nelle cavità artificiali sono finalizzate al rilevamento di antichi pozzi, cisterne, acquedotti sotterranei, sepolture, emissari di laghi, miniere abbandonate ed altri ambienti che interessano prevalentemente per le tecniche costruttive, la genesi di utilizzo e per eventuali oggetti di interesse storico che ancora vi possono essere. Raramente la profondità costituisce un problema per cui le difficoltà principali vengono dalla qualità delle acque in termini di visibilità e di inquinamento. 

La visibilità è spesso impedita dalla sospensione già presente, oppure da quella che si solleva durante la progressione, che avviene quasi sempre vicino al fondo o alle pareti a causa della ristrettezza del luogo e ciò complica anche la documentazione e il rilevamento. In alcuni casi siamo stati costretti ad utilizzare, con non pochi problemi, veri e propri diaframmi di acqua chiara che interponevamo tra noi e l’area da disegnare o fotografare. Si usa un tubo rigido con fori in linea ad un centimetro di distanza uno dall’altro, nel quale viene immessa acqua pulita a pressione la cui fuoriuscita crea un velo trasparente tra chi rileva e il soggetto. In un paio di casi abbiamo invece interposto un tronco di piramide in plexiglass pieno di acqua trasparente. Una avvertenza di base è quella di smuovere mai cumuli precari, né forzare il passaggio in zone uno smottamento potrebbe precludere la ritirata. Pinneggiando, oltre a sollevare fango, spostiamo anche acqua il cui movimento potrebbe far crollare materiali sospesi o porzioni in stato precario. Utilizzando autorespiratori a circuito aperto, occorre anche tenere presente che le bolle possono provocare il distacco di fango e detriti dagli strati superiori e che quindi bisogna procedere con ancora maggiore cautela. 

Fili e cavi, spesso di ferro, residui plastici e metallici sono in genere gli ostacoli più pericolosi ed è molto importante avere a portata di mano, sapendolo usare con destrezza, un tronchesino da elettricista. Nella prima immersione effettuata nell’antico emissario sommerso del Lago Albano, per superare una grande concrezione che occlude il condotto siamo stati costretti ad infilarci in un passaggio fangoso alto dai trenta centimetri e lungo circa tre metri e mezzo. Il problema principale era la presenza di una complicatissima matassa di fili da pesca trasportati li dall’acqua che un tempo proveniva dal lago. Alcuni fili, di spessore consistente, a causa della visibilità nulla, si erano aggrovigliati alle luci del casco e sulle protezioni delle bombole, tirandosi dietro altri fili, buste di plastica ed altri rifiuti. Tagliare tutto con un coltello avrebbe richiesto molto tempo, perché bisognava tenere i fili con una mano e tagliare con l’altra. Tirare non avrebbe risolto la situazione, anzi, l’avrebbe peggiorata. 

Un po’ di pazienza e un buon tronchesino hanno risolto tutto in pochi minuti. Un altro genere di groviglio a cui va posta la massima attenzione è quello che può formarsi con la propria sagola guida. Per quanto si cerchi di evitarlo, ci si può trovare in situazioni nelle quali si rivelano indispensabili le tecniche che gli speleosub devono saper effettuare anche ad occhi chiusi e che consentono di liberarsi tagliando la sagola dopo averla ricollegata, nelle sezioni a monte e a valle del taglio, a robusti elastici di camere d’aria che ne consentiranno il recupero evitando che il filo di Arianna scompaia nel buio come un elastico reciso. L’affanno è un altro pericolo che bisogna assolutamente evitare. Come sappiamo, ogni subacqueo deve addestrato a prevenirlo ed eventualmente a gestirlo. La muta spessa, le attrezzature ingombranti, la visibilità nulla, gli spazi angusti e i percorsi non sempre liberi possono scatenarlo anche a profondità contenute. Per cui massima attenzione. 

Esiste, poi, la possibilità di imbattersi in aree sature di gas nocivi o, più spesso, in sacche ad alta concentrazione di anidride carbonica. Non appena emersi, quindi, bisogna continuare a respirare dalla propria riserva di gas fino a quando le misurazioni effettuate con rilevatori multi gas trasportati all'interno in contenitori stagni non indichino parametri accettabili. 

L’INQUINAMENTO AMBIENTALE
Cunicoli, pozzi ed altri ambienti sotterranei sono spesso destinazione di scarichi diretti e indiretti di acque reflue e rifiuti di diverso genere provocati da insediamenti urbani e industriali, attività agricole, eventi atmosferici, sversamento da sistemi fognari e ad altre cause più o meno manifeste. Prima di immergersi in un luogo che non si conosce, servono conseguentemente analisi delle acque chimico-fisiche, biologiche, tossicologiche e batteriologiche. 

Un altro aspetto da monitorare, anche quando le acque si presentano entro limiti di accettabile sicurezza, è quello relativo al sollevamento dei fanghi che potrebbe generare il contatto con eventuali inquinanti contenuti nel sedimento. Se i rischi di contaminazione fossero confermati, non resterebbe che prosciugare l'area sommersa con le dovute procedure di protezione degli operatori o, in subordine, immergersi con attrezzature che evitino al subacqueo qualsiasi contatto diretto con l’acqua, come caschi collegati alla centrale da un cordone ombelicale che trasporti la miscela di respirazione e i segnali audio e video. In questi casi una bombola trasportata dal sub assicura la gestione dell’emergenza, mentre il collegamento con la workstation consente l’illuminazione necessaria per lavorare, di dialogare con l’operatore e di ricevere le immagini della telecamera. 

Tutto ciò infonde molta sicurezza, ma limita la libertà di movimento e ostacola la progressione. Per questo raramente si superano i 100/150 metri di percorrenza. Nei casi di acque inquinate, ma con visibilità accettabile, possono essere condotte ispezioni tramite veicoli filoguidati muniti di telecamere. In pozzi e cisterne i risultati sono mediamente buoni, mentre nei cunicoli possono queste attrezzature rimanere bloccate e costringere lo speleosub ad immergersi per recuperarle, come ci è successo sovente.

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